Nella natura

6 Documentari
4 ore e 55 minuti
Film inclusi nella rassegna
  • Green Over Gray. Emilio Ambasz
  • We the Others
  • Softness
  • La Cupola
  • Memoriae Causa
  • Broken Nature

Abitare la Natura attraverso l’Architettura, e così farne un dispositivo non solo di ascolto, bensì di dialogo con tutto ciò che la circonda. Una riflessione per immagini sul rapporto tra architettura, paesaggio e visione umana. I documentari della rassegna raccontano progetti, utopie e materiali che cercano un nuovo equilibrio tra costruzione e ambiente. Dalla poetica verde di Emilio Ambasz all’etica dell’abitare inclusivo di We The Others, dalla leggerezza sostenibile di i-Mesh al mistero sospeso de La Cupola, emerge un desiderio comune: ripensare il nostro modo di vivere il pianeta, tra forma, materia e rispetto. Un dialogo tra arte, tecnologia e natura, aperto sul futuro.

TESTO CURATORIALE
L’ineluttabile riflessione sul rapporto uomo-natura è da considerarsi da sempre centrale, e ancor più nell’ultimo secolo, non solo dal punto di vista propriamente scientifico e politico ma anche tecnico-culturale.
Le voci del panorama architettonico che si levano in questi documentari testimoniano come questa pseudo-dicotomia venga affrontata attraverso il pensare e il fare architettura e design, tra pragmatismo e artisticità. Concettualmente, si rivela come una continua tensione verso quella condizione ancestrale che lega l’uomo e il suo benessere al suo (ri)connettersi al mondo naturale che lo circonda e di cui fa inevitabilmente parte.

La “green architecture” di Emilio Ambasz e la poetica che la sostiene si svelano attraverso alcune tra le sue opere più significative e risonanti. La Casa del Ritiro Spirituale (Siviglia – Spagna), così come l’Ospedale dell’Angelo (Mestre – Italia) o il Giardino Botanico (San Antonio, Texas), inscenano davanti ai nostri occhi futuri futuribili. Ambasz insegue il mito e, come un alchimista narrativo, attraverso l’espediente fiabesco della sua architettura supera la consapevolezza che ogni atto di costruire è una sconfitta della natura, con l’atteggiamento positivista di incorporare l’ambiente nell’edificio. Non come semplice decoro, ma come parte integrante del progetto. La sua opera diventa un manuale di ecologia e buona architettura che tenta di dare forme poetiche al pragmatico, occupando la terra in maniera più responsabile e sfruttando la tecnologia moderna.
Un architetto, come suggerisce Ambasz, può essere il guardiano del deserto artificiale della città o il mago capace di creare forme eterne.

Nel documentario We The Others, lo sguardo si sposta sull’abitare inclusivo, sulle architetture che si fanno dispositivi di accoglienza. La città contemporanea si interroga sull’altro – su chi resta ai margini – e il progetto si traduce in ascolto, ospitalità, apertura. L’architettura non come esclusiva, ma come forma di alleanza sociale. Il gesto progettuale si fa politico: case per tutti, spazi comuni, identità moltiplicate. Il progetto diventa etica dell’inclusione.

I-Mesh parte dal materiale stesso per sostenere un’idea di leggerezza a cui tende l’architettura contemporanea: comfort, trasparenza, permeabilità e adattabilità diventano parole chiave di un environmental design sensibile al contesto.
La “morbidezza” qui non è debolezza, ma intelligenza adattiva: un’architettura organica, permeabile e sostenibile, capace di connettere progetto e ambiente, pieni e vuoti, materia e significato. Materiali come I-Mesh non sono solo prestazionali, ma anche simbolici: raccontano un modo diverso di abitare, più ecologico e responsabile. Accolgono la complessità del presente, incorporano mobilità e impermanenza, diventando interfacce tra persone, spazi e futuro.
Non è solo la loro performance a contare, ma la loro impronta ecologica e culturale: un design sistemico, che immagina scenari abitativi più leggeri, condivisi, aperti.

In un ampio palinsesto di progetti, idee e soluzioni futuristiche si inserisce anche l’esposizione della Triennale: Broken Nature: Design Takes on Human Survival. Riportando in auge il valore delle mostre collettive internazionali, ci si interroga su come il design contemporaneo, assumendo un ruolo centrale come mai prima, diventi punto di convergenza tra specialismi. Il design si reinventa, si aggiorna e si concentra sul restaurare un rapporto “distrutto” tra uomo e natura. Un design che si fa strumento di responsabilità collettiva: sociale, ambientale, politica – e anche estetica.
Il design, oltre forme e materiali, oltre le tecnologie, si manifesta come pensiero sul futuro della specie e sul benessere umano. Genera scenari possibili, simulazioni di vite future. Non è un’ennesima denuncia della condizione drammatica del pianeta, ma un potente e articolato insieme di proposte, suggerimenti, ipotesi – anche molto pragmatiche – su come ristabilire un equilibrio meno aggressivo con la natura, nella quotidianità. Un design ricostituente, responsabile, sostenibile, idealista. Un design che continua le aspirazioni dell’umanità con uno sguardo positivo, proprio di una cultura progettuale che cerca soluzioni.

Nel documentario La Cupola, emerge un’altra idea di architettura: libertà assoluta. La casa progettata da Dante Bini per Monica Vitti e Michelangelo Antonioni, sulla costa sarda, è uno spazio puro, senza muri portanti, senza colonne, senza divisioni. Solo una cupola, un vuoto attraversabile e vivido.
Un rifugio silenzioso, sospeso tra terra e cielo, capace di contenere intimità e visione.
L’architettura qui diventa paesaggio, quasi sparisce, si dissolve nella natura. Eppure resta presente, simbolo di una libertà poetica, di un’utopia privata, di un gesto visionario fuori dal tempo. Un relitto moderno, ormai abbandonato, che interroga il nostro modo di abitare la solitudine.

Infine, Memoriae Causa ci riporta alla profondità materica e spirituale di Carlo Scarpa. Il Complesso monumentale di Brion, a San Vito di Altivole, è un capolavoro di intelligenza simbolica e formale. In esso, Scarpa disegna non solo uno spazio funebre, ma una meditazione sull’amore, sulla morte, sulla memoria.
Ogni dettaglio architettonico diventa gesto poetico: l’acqua, la luce, il cemento, i mosaici, i tagli prospettici.
Scarpa si muove tra Oriente e Occidente, tra razionalismo e spiritualità, generando uno spazio che parla al corpo e allo spirito. Un’architettura che non si impone, ma si rivela. Che non domina, ma custodisce. Il paesaggio non è sfondo, ma parte integrante del progetto, e l’architettura si fa rito e soglia, un dialogo silenzioso tra i vivi e i morti, tra natura e memoria.

La rassegna Nella natura ci accompagna in un viaggio immaginifico e progettuale attraverso visioni, materiali e desideri.
Abitare la natura attraverso l’architettura è la sfida etica, estetica e politica del nostro tempo. Un invito non solo a ripensare come viviamo, ma perché e con chi vogliamo abitare il futuro.

Consigli per la programmazione

  • GIORNATA DEL DESIGN ITALIANO NEL MONDO

    Febbraio 2026

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